Come sviluppare le soft skill con l’intelligenza artificiale
Più l’AI entra nel lavoro tecnico, più le competenze relazionali hanno un peso. La stessa AI, usata come terreno di pratica, è anche uno strumento efficace per allenarle. I punti principali:
- la pratica simulata con AI (role-play, coach virtuali) dà risultati misurabili migliori della formazione teorica, a patto che il feedback poggi su criteri osservabili;
- l’AI copre bene la pratica ripetuta e privata, mentre le relazioni reali, la coesione di gruppo e il giudizio etico richiedono sempre il confronto tra persone;
- l’uso passivo dell’AI indebolisce il pensiero critico, quindi l’allenamento funziona quando chiede alle persone di valutare e motivare gli output della macchina;
- per HR e L&D, gli strumenti usati per valutare i dipendenti ricadono nell’AI Act: alcuni obblighi sono già in vigore, altri scattano dal 2 dicembre 2027.
L’intelligenza artificiale rende le competenze umane più preziose e allo stesso tempo, se usata male, le consuma. Il 36% dei dipendenti dichiara che gli strumenti di AI generativa stanno indebolendo la propria capacità di risolvere problemi in autonomia (Fonte, link esterno). Le stesse tecnologie possono però diventare una palestra: permettono infatti di allenare una conversazione difficile dieci volte prima di affrontarla davvero, con un riscontro immediato su cosa ha funzionato.
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Perché le soft skill contano di più nell’era dell’AI
Che cosa dicono i dati
Il World Economic Forum stima che il 39% delle competenze chiave cambierà entro il 2030. Tra quelle che le aziende considerano centrali, il pensiero analitico è indicato dal 69% e la resilienza con la flessibilità dal 67% (Fonte, link esterno).
Chi si occupa di formazione ha già recepito il segnale. Il 91% dei professionisti HR e L&D ritiene che le soft skill valgano più che mai e la quota sale al 93% tra i talent leader (Fonte, link esterno). In Nord America la domanda di competenze umane cresce a un ritmo 2,4 volte superiore a quella di competenze digitali e tecniche. Le organizzazioni più avanti nell’adozione dell’AI sviluppano comunicazione, gestione delle relazioni e adattabilità a un tasso 1,6 volte superiore rispetto alle aziende in ritardo.
Il caso dei profili IT
Nei team tecnici le lacune più frequenti sono ricorrenti:
- la difficoltà a spiegare sistemi e problemi complessi a manager e clienti senza ricorrere al gergo;
- un giudizio autonomo debole sotto pressione;
- la tendenza a eseguire task in attesa di istruzioni dettagliate, invece di proporre soluzioni in contesti incerti;
- il lavoro in silos rispetto a prodotto, design e business;
- empatia e intelligenza emotiva storicamente trascurate nella formazione tecnica.
L’AI rende critiche proprio queste lacune. Quando la generazione di codice di base e di script viene automatizzata, il ruolo dell’ingegnere si sposta verso la supervisione e la visione d’insieme. Oltre metà dei ruoli di leadership nell’ingegneria del software richiede ormai una supervisione dell’AI generativa. Gli output dei modelli possono contenere allucinazioni, bias ed errori e il giudizio umano resta l’ultimo filtro prima della produzione. Con lo sviluppo accelerato dall’AI, il collo di bottiglia diventa capire i requisiti, negoziare le tempistiche e tradurre le esigenze di business in soluzioni.
Soft skill o power skill?
Le due espressioni indicano le stesse competenze: comunicazione, intelligenza emotiva, pensiero critico, leadership. Cambia il valore che viene loro attribuito. Il termine “power skill”, reso popolare in ambito HR da Josh Bersin, nasce per togliere a queste abilità l’aura di competenze accessorie che la parola “soft” suggeriva. Sottolinea anche un paradosso: sono le più difficili da sviluppare, perché richiedono autoconsapevolezza e pratica continua.
Può l’IA aiutare a sviluppare le competenze trasversali?
Una meta-analisi del 2025 su 12 studi attribuisce al role-play un effetto elevato, superiore ai metodi d’istruzione tradizionali nello sviluppo di abilità pratiche (Fonte, link esterno).
Lo studio enterprise condotto da PwC riguarda in particolare la formazione in realtà virtuale. I partecipanti risultano fino al 275% più sicuri nell’applicare sul lavoro quanto appreso, con un vantaggio del 40% sull’aula e del 35% sull’e-learning. Completano inoltre la formazione fino a 4 volte più rapidamente dell’aula (Fonte, link esterno).
Esercitarsi con un personaggio AI elimina inoltre l’imbarazzo di sbagliare davanti a colleghi o manager. La conversazione si può ripetere quante volte si vuole, esplorando approcci diversi. Al termine, il riscontro arriva subito e scompone la prestazione per parametri come chiarezza, tono, empatia e gestione delle obiezioni
I casi aziendali
- In Vodafone, il role-play AI con feedback in tempo reale sulle presentazioni ha portato il 91% dei dipendenti a voler proseguire con la formazione simulata e il 93% a raccomandarla ai colleghi (Fonte, link esterno).
- Oltre l’80% degli utenti di coach AI personalizzati continua la pratica, con picchi d’uso nei momenti a più alta carica emotiva, come conflitti e feedback complessi (Fonte, link esterno).
- L’Università di Washington ha esteso il coaching AI a 50.000 tra studenti, docenti e personale per simulare colloqui e discorsi pubblici.
- Walmart, con le simulazioni pratiche, ha registrato punteggi nei test più alti del 10–15% e, per alcune procedure, ha portato la formazione da 8 ore a circa 15 minuti.
Quali sono i limiti
Gli stessi studi delimitano con chiarezza il perimetro.
- Executive coaching e crisi emotive complesse richiedono sempre un interlocutore umano. Una persona coglie micro-espressioni e variazioni corporee che avatar e voci sintetiche non possono replicare del tutto.
- La pratica individuale con l’AI non crea il linguaggio comune e la fiducia reciproca che nascono da un workshop vissuto insieme.
- L’AI valuta su rubriche predefinite, ma i dilemmi etici e le decisioni ambigue richiedono il confronto con mentor ed esperti.
- L’AI funziona come strato di pratica prima della realtà, ma la padronanza si consolida sul lavoro, dove si stima avvenga il 70% dell’apprendimento.
Per questo le organizzazioni più mature adottano un modello ibrido: l’AI per l’allenamento frequente e privato sulle competenze di base, le persone per la leadership e le situazioni a più alta complessità relazionale.
Come presentare la formazione relazionale ai team IT
In molte aziende tech, quando si propone un percorso su comunicazione o feedback, sviluppatori e ingegneri lo accolgono con scetticismo: lo percepiscono come poco concreto e lontano dal lavoro vero. La pratica simulata con l’AI dà agli HR argomenti che questi team riconoscono: scenari presi dal loro lavoro quotidiano, riscontri puntuali e risultati misurabili.
- Partire da un problema che il team conosce. Con lo sviluppo accelerato dall’AI, il collo di bottiglia si sposta su requisiti, tempistiche e traduzione delle esigenze di business. Il percorso si presenta come la risposta a questo problema.
- Portare numeri verificabili. Oltre metà dei ruoli di leadership nell’ingegneria del software richiede già una supervisione dell’AI generativa. Nello studio PwC, ad esempio, chi si è formato con simulazioni immersive si sente fino al 275% più sicuro nell’applicare quanto appreso.
- Usare scenari del loro lavoro, ad esempio il debito tecnico da spiegare al management o una feature imposta a ridosso del lancio parlano più di qualsiasi caso generico.
- Dichiarare subito che la pratica è privata. Il dipendente si allena senza pubblico, e né i manager né l’HR vedono i punteggi. La sicurezza psicologica funziona solo se è vera anche nella configurazione dello strumento
- Mostrare il feedback come una code review. Il report indica la frase esatta, spiega perché non ha funzionato e propone un’alternativa. È un formato che gli ingegneri usano ogni giorno.
- Coinvolgere i tech lead come ambassador e proporre sessioni brevi dentro il flusso di lavoro.
Il rischio da evitare: delegare il pensiero alla macchina
Alcuni studi del 2025 collegano un uso intensivo dell’AI generativa a un minore impegno nel pensiero critico. I dati sul lavoro vanno nella stessa direzione:
- il 36% dei dipendenti percepisce un indebolimento del proprio problem solving autonomo;
- durante la formazione il multitasking ha raggiunto il 70%;
- la reazione prevalente all’AI è l’esaurimento di chi deve aggiornarsi mentre lavora a pieno carico, più della resistenza culturale.
- Solo il 24% delle aziende sta sviluppando attivamente facoltà umane come pensiero critico, empatia e curiosità (Fonte, link esterno).
La regola da seguire
Le contromisure indicate dalle fonti hanno un tratto comune: rimettono la persona nella posizione di chi decide.
- Amplificare le capacità umane. La domanda che guida la progettazione della formazione diventa quali capacità umane elevare, una volta liberate le persone dai compiti ripetitivi.
- Human-in-the-loop. L’AI fa da co-pilota e la decisione resta umana. Le persone vanno formate a riconoscere l’automation bias, cioè la tendenza a fidarsi degli output automatici e devono poter validare, correggere o respingere le risposte.
- Pratica attiva. La formazione dovrebbe prevedere degli esercizi che chiedono di analizzare gli output dell’AI, trovare errori e motivare le scelte.
- Sicurezza psicologica. Sessioni orientate alla curiosità e programmi di AI Ambassador aiutano a esplorare gli strumenti senza dipendenza e senza rifiuto.
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Per HR e L&D: portare l’AI nella formazione soft skill
Il modello ibrido
L’AI gestisce la pratica scalabile, privata e frequente sulle competenze di base. Formatori, coach e manager seguono la correzione, la leadership e le situazioni ad alta complessità relazionale. Le competenze da coltivare comprendono anche le “digital soft skill” che l’AI generativa stessa richiede: pensiero critico sugli output, interazione con l’AI, etica digitale e la capacità di decidere quando affidarsi alla macchina e quando correggerla con l’esperienza.
Formazione con l’AI e AI Act
Lo stesso strumento di role-play con l’AI può ricadere in due regimi molto diversi dell’AI Act. A decidere è l’uso che l’azienda fa dei risultati. In ogni caso, vale il divieto dell’art. 5: una piattaforma che inferisce le emozioni dei lavoratori è vietata qualunque sia lo scopo, salvo motivi medici o di sicurezza.
La categoria 3 dell’Allegato III include anche i sistemi che valutano i risultati dell’apprendimento o orientano i percorsi formativi. Se l’azienda raccoglie i risultati delle simulazioni per decidere chi assegnare a quale percorso, l’uso si avvicina all’alto rischio anche senza alcun effetto diretto sulla carriera. In questi casi serve una valutazione con l’ufficio legale.
I segnali da considerare:
- un manager chiede di vedere i punteggi del proprio team;
- i report nominativi vengono esportati o archiviati dall’HR;
- il completamento delle simulazioni entra negli obiettivi individuali;
- i risultati alimentano le decisioni su percorsi formativi, promozioni o incarichi.
Una checklist per HR e People Operations:
- Definire per iscritto l’uso previsto dello strumento e comunicarlo al team prima del lancio.
- Configurare la piattaforma in modo che i report restino accessibili solo al dipendente.
- Verificare con il fornitore che l’analisi paraverbale non configuri un’inferenza delle emozioni.
L’AI dà a ogni persona la possibilità di allenare le conversazioni che contano prima di affrontarle. Il valore arriva quando la pratica è guidata da una rubrica, il riscontro si traduce in un comportamento osservabile sul lavoro e il giudizio resta saldamente umano.
FAQ – Domande frequenti su come sviluppare le soft skill con l’IA
L'AI può sostituire un coach o un formatore?
L'intelligenza artificiale copre bene la pratica ripetuta, il feedback immediato e la scala. Le situazioni complesse, la costruzione di fiducia nel gruppo e il giudizio etico richiedono sempre il confronto umano.
Quali strumenti AI usare per allenare le soft skill?
Ci sono due famiglie principali. In primis, ci sono gli assistenti conversazionali come ChatGPT o Claude, che servono per i role-play guidati da prompt. Poi ci sono le piattaforme complesse dedicate alla comunicazione e alle presentazioni, ad esempio Yoodli.
L'uso dell'AI riduce il pensiero critico?
Alcuni studi del 2025 collegano un uso intensivo a un minore impegno critico, e il 36% dei dipendenti percepisce un indebolimento del proprio problem solving. L'effetto si contiene con esercizi che chiedono di valutare e motivare gli output prodotti dagli strumenti di IA.




